di Samuel Iembo, membro di comitato dell’Associazione Svizzera-Cuba, Sezione Ticino
Supponiamo che due cittadini svizzeri qualunque acquistare dei sigari cubani in un normale negozio. Supponiamo che il negozio spedisca i sigari, ma accetti come modalità di pagamento soltanto il bonifico bancario. Uno dei due acquirenti indica come causale «acquisto sigari», mentre l’altro scrive «sigari da Cuba». Uno dei due pagamenti andrà a buon fine, l’altro verrebbe bloccato.
Questo accade perché le banche svizzere applicano le sanzioni unilaterali statunitensi nei confronti di Cuba. Lo fanno in maniera talmente rigorosa da arrivare a bloccare transazioni contenenti la parola «Cuba» persino quando avvengono in Svizzera tra conti svizzeri. Tutto ciò nonostante il Consiglio federale non aderisca alle sanzioni statunitensi contro Cuba e la Svizzera voti regolarmente all’ONU contro l’embargo. Questo, tuttavia, non impedisce agli istituti bancari di conformarsi alle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti.
Le sanzioni sono un tema che viene spesso dimenticato quando si parla di neutralità. Proprio sotto questo aspetto, l’iniziativa sulla neutralità presenta un elemento interessante anche per la sinistra, che viene troppo spesso ignorato: introdurrebbe nella Costituzione un ulteriore vincolo contro l’adesione della Svizzera a sanzioni unilaterali. Ciò renderebbe più difficile, anche se non necessariamente impossibile, per le banche applicare misure sanzionatorie decise da altri Paesi.
La neutralità, infatti, non dovrebbe essere intesa soltanto come uno strumento volto a evitare il coinvolgimento nei conflitti e a privilegiare la diplomazia. Essa dovrebbe implicare anche il rifiuto di altri strumenti di pressione economica utilizzati per la risoluzione delle controversie internazionali.
Chiaramente, chi ha redatto il testo dell’iniziativa pensava soprattutto alla Russia. Ma la questione riguarda anche il blocco contro Cuba, che dura da oltre sessant’anni, così come le sanzioni contro l’Iran e altri Paesi dell’asse antimperialista, con i quali la Svizzera deve poter intrattenere relazioni economiche senza sottostare ai diktat dell’Unione europea o degli Stati Uniti. Va ricordato che le sanzioni rappresentano uno strumento che colpisce direttamente le popolazioni, sottoponendole a una crescente pressione economica e sociale nel tentativo di alimentare malcontento, instabilità e ribellioni nei Paesi non allineati all’asse euroatlantico. È quindi giusto opporsi a questi metodi.
In materia di sanzioni, la Svizzera si appoggia alla Legge sugli embarghi, che consente, in termini piuttosto ampi, di adottare misure coercitive emanate dai principali partner commerciali della Confederazione. È su questa base che la Svizzera ha potuto riprendere sanzioni decise dall’Unione europea, rinunciando così, a nostro avviso, a una parte della propria autonomia in politica estera. Se questa iniziativa venisse approvata, sarebbe necessario rivedere di conseguenza anche questa legge: un cambiamento che consideriamo positivo.
È inoltre utile ricordare che la Svizzera potrebbe comunque adottare le sanzioni decise dall’ONU, organizzazione di cui fa parte e che, con tutte le sue criticità, dispone perlomeno di una rappresentanza internazionale degli Stati membri. Nei casi in cui fosse necessario interrompere o limitare i rapporti commerciali – come riteniamo sarebbe giusto fare nei confronti di Israele – questa possibilità rimarrebbe dunque aperta attraverso le Nazioni Unite. E, del resto, quale alternativa dovremmo aspettarci? Che sia l’Unione europea a sanzionare Israele? Oppure gli Stati Uniti? Evidentemente no.
L’iniziativa potrebbe quindi porre un limite anche alla libertà delle grandi banche svizzere di conformarsi autonomamente a regimi sanzionatori stranieri. Se il Partito Socialista e il resto della sinistra intendono schierarsi dalla parte delle banche e favorire l’applicazione di sanzioni per assecondare l’Unione europea e gli Stati Uniti. Noi non ci stiamo e continueremo invece a denunciare gli effetti devastanti delle sanzioni unilaterali sulle popolazioni che le subiscono e, in particolare, le conseguenze del blocco che da decenni strangola economicamente il popolo cubano.