La situazione internazionale è grave.
I conflitti esplodono ovunque, mentre assistiamo a una preoccupante corsa al riarmo mondiale. La Svizzera si trova oggi a un bivio: difendere la neutralità con chiarezza e rigore, rafforzando il nostro ruolo di mediatori e garantendoci sovranità e sicurezza, oppure continuare l’avvicinamento alla NATO, che significa dipendenza politica, militare, riarmo europeo e un domani guerra.
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NEUTRALITÀ O NATO?
Non è un segreto che, da decenni, alcuni settori del gruppo dirigente svizzero lavorano per avvicinare la Svizzera alla NATO. La guerra in Ucraina ha fornito loro l’occasione perfetta per rilanciare questa agenda con nuova intensità.
In poco tempo, sono stati inaugurati molteplici canali di collaborazione con la NATO e con la difesa dell’Unione Europea: dall’adesione alla SkyShield Initiative – lo scudo missilistico europeo – alla nuova ordinanza che facilita il transito di truppe NATO sul territorio svizzero; dalla partecipazione all’Hub for European Defence Innovation dell’Agenzia europea per la Difesa, fino alle esercitazioni NATO in ambito cyber e alla volontà di entrare nel meccanismo di riarmo europeo “SAFE”.
Parallelamente, si è sviluppata una massiccia campagna mediatica. Media atlantisti e vari think tank svizzeri spingono apertamente per mettere in discussione la neutralità e rafforzare l’integrazione con la NATO. Il culmine è stato raggiunto con lo studio commissionato dal Consiglio federale a un gruppo di cosiddetti esperti, che propone 100 raccomandazioni: dall’allentamento delle esportazioni di armi verso Paesi NATO fino, esplicitamente, all’adesione formale all’Alleanza.
Il quadro è ormai chiaro: il Consiglio federale ha già tracciato la rotta. Se la neutralità non verrà difesa, nel giro di pochi anni la Svizzera sarà di fatto dentro la NATO.
Questo significa entrare in un’alleanza militare che interviene ben oltre i propri confini, non per difesa o per “esportare la democrazia”, ma per tutelare interessi politici ed economici dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti.
Significa schierarsi in un blocco militare preciso in un contesto di crisi internazionale come quello odierno, diventando parte in causa nei conflitti, e quindi anche potenziali bersagli.
Significa, inoltre, perdere sovranità sulle nostre forze armate, sulla politica estera e su quella di difesa. Tutto verrebbe progressivamente subordinato alle strategie della NATO, inclusi i piani di riarmo e la partecipazione a operazioni militari all’estero. Un’eventualità già evocata, tra gli altri, dall’ex capo dell’esercito Thomas Süssli.
Difendere la neutralità non è quindi idealismo, ma una scelta concreta. Significa preservare l’autonomia del Paese, evitare l’integrazione in un’alleanza militare e impedire che i nostri coscritti vengano mandati a combattere – e morire – in guerre che non ci appartengono.
NO ALLE SANZIONI: (INUTILI) STRUMENTI DI GUERRA, NON DI PACE
Le sanzioni economiche unilaterali di USA e UE sono strumenti politici di guerra. Vengono utilizzate dall’Occidente per difendere e proiettare il proprio dominio e producono esattamente l’effetto che dichiarano di voler evitare: morte e miseria.
Non possono essere adottate da un Paese che si definisce neutrale e che pretende di essere un mediatore credibile nei processi di pace.
Media e gruppi politici continuano a presentarle come misure “chirurgiche”, che mirano con precisione singoli individui o governi. La realtà è un’altra.
A pagarne il prezzo è la popolazione civile.
Lo conferma anche una ricerca pubblicata su The Lancet, che analizza l’impatto delle sanzioni su larga scala: tra il 1970 e il 2021, queste avrebbero contribuito a provocare oltre 38 milioni di morti. Più della metà sono bambini sotto i cinque anni; subito dopo, gli anziani.
Le sanzioni non colpiscono solo i paesi bersaglio. Si ritorcono anche contro chi le impone.
Le misure adottate dall’Unione Europea contro la Russia hanno contribuito all’aumento dell’inflazione e all’aggravarsi della crisi economica in tutto il continente.
In Germania, dal 2022 a oggi, si stimano tra i 200.000 e i 300.000 posti di lavoro persi nel settore industriale. Nello stesso periodo, l’UE ha dovuto sostenere costi aggiuntivi vicini ai mille miliardi di dollari per le importazioni energetiche.
Le sanzioni non sono un gesto di solidarietà, né uno strumento efficace. Non funzionano: colpiscono proprio le persone che si dichiara di voler proteggere, aggravano le crisi umanitarie e finiscono per danneggiare anche le società che le applicano.
Sono, lo ribadiamo, a tutti gli effetti strumenti di guerra. E uno Stato che vuole dirsi neutrale non può adottarli senza perdere credibilità e trasformarsi, a sua volta, in un attore ostile.
UNA SVIZZERA NEUTRALE PER LA PACE
La Svizzera appartiene al mondo Occidentale ed è innegabile che la neutralità sia stata anche strumentalizzata in passato per finalità economiche e geopolitiche, coprendo collaborazioni con il regime dell’Apartheid in Sudafrica o con il sionismo.
Tuttavia, chi critica la neutralità svizzera perché la riterrebbe una maschera per portare avanti operazioni poco limpide tralascia che queste pratiche sarebbero avvenute anche senza di essa e che, sicuramente, non diventerebbero meno frequenti qualora l’iniziativa venisse bocciata.
Per contro, il riconoscimento della neutralità svizzera ha concretamente contribuito, nel corso dei decenni, alla distensione internazionale in diverse occasioni. La guerra di indipendenza in Algeria (Trattato di Evian), gli accordi di Helsinki, il ruolo di potenza protettrice in Iran e di Cuba fino al 2015, sono solo alcuni esempi di come la neutralità svizzera, quando riconosciuta dagli altri attori, ha potuto contribuire alla risoluzione di conflitti armati e alla distensione internazionale.
Denunciare episodi in cui alcuni settori dei gruppi dirigenti in Svizzera, non certo le fasce popolari, hanno sfruttato la neutralità non significa che quest’ultima sia un concetto da abbandonare. Al contrario, è compito nostro chiederne un’applicazione rigorosa. Solo in questo modo, la Svizzera potrà ritagliarsi nuovamente un ruolo di mediatore credibile e contribuire così alla pace. L’alternativa è quella di essere destinati nei futuri conflitti a proporre solamente una messinscena della neutralità, come accaduto con la farlocca Conferenza per la Pace al Burgenstock, mentre le trattative vere per risolvere le controversie si svolgeranno altrove.
UNA SVIZZERA SOVRANA IN UN MONDO MULTIPOLARE
Neutralità significa rifiutare la logica dei blocchi contrapposti della nuova guerra Fredda (che rischia di diventare calda ogni giorno che passa) e poter decidere quindi in autonomia la propria politica interna ed estera.
L’orizzonte a cui aspiriamo, in questo momento storico segnato dal passaggio da un mondo unipolare a uno multipolare, è quello di una Svizzera non allineata, capace di dialogare con tutti e quindi di fungere da ponte fra Occidente in declino e il resto del mondo.
Questo significa anche poter diversificare maggiormente i propri partner commerciali, ciò che assicura un maggiore livello di autonomia e capacità di affrontare gli scossoni internazionali.
Affinché ciò sia possibile, il nostro Paese deve però mantenere la propria credibilità diplomatica agli occhi del mondo e la propria indipendenza politica. Mantenere la neutralità è essenziale anche per questo.
NEUTRALITÀ CONTRO LA MENTALITÀ DI GUERRA
La guerra, oltre a uccidere, distrugge la società: smantella i diritti democratici, quelli sindacali e le libertà personali.
Mentre si spinge apertamente per l’avvicinamento alla NATO, gli ambienti atlantisti e il consiglio federale parlano sempre più apertamente di controllo dell’informazione, di censura preventiva, di rafforzamento del controspionaggio. Chiunque non segua la narrazione ufficiale viene accusato di essere nientemeno che un agente straniero; si pensi solo che l’iniziativa per la neutralità stessa è stata liquidata come “Iniziativa Pro Putin”.
Allo stesso tempo, il governo insiste sulla necessità di rafforzare “la volontà dei cittadini di difendersi dalle aggressioni” e di “migliorare la resilienza della società”. Il Consiglio federale, adottando un linguaggio di un’economia e mentalità di guerra, ci sta trascinando nella retorica di conflitto inevitabile che pervade l’intero continente europeo e ciò comporterà una progressiva erosione delle nostre libertà.
Ciò è ridicolo. Prima ci si allontana dalla neutralità, poi si chiede alla popolazione di prepararsi alla guerra in nome di minacce mai provate e che al limite noi stessi abbiamo creato scegliendo di schierarci con la NATO e l’UE. Non lasciamoci trascinare in una spirale che non ci appartiene. Non facciamoci coinvolgere dai conflitti altrui. Non smantelliamo le nostre tutele sociali, sindacali e democratiche. Sì alla neutralità.